Impronte digitali, riconoscimento facciale… Sono solo due esempi di sistemi di autenticazione biometrica con cui ormai siamo abituati a fare i conti praticamente ogni giorno. Ma è giunta l’ora di fare un passo avanti, in termini di sicurezza ed universalità. Lo sa bene il team di Vibre, startup italiana che da anni si occupa di interfacce cervello-macchina, che è riuscito a portare l’autenticazione biometrica al livello successivo.

L’utilizzo di segnali EEG per come identificatori biometrici rivela imporanti vantaggi rispetto a quelli tradizionali. Ad esempio, alcune caratteristiche alla base del riconoscimento potrebbero essere assenti in persone con particolari malattie o disabilità, ciò non accade con i segnali EEG. Inoltre, quest’ultimi non sono replicabili o falsificabili.

È qui che allora entra in gioco MindPrint: il primo sistema di riconoscimento biometrico basato sui segnali cerebrali.

La conferma dell’unicità delle onde cerebrali

Il cervello è una macchina estremamente complessa. Da anni si è ipotizzato che, data questa sua intrinseca complessità, la sua articolata struttura potesse avere un qualcosa di unico, caratterizzante per ogni persona. Per quanto alcuni processi siano simili per tutti, come l’attivazione delle aree cerebrali durante lo svolgimento di uno stesso compito, a partire dal fatto che ognuno di noi è geneticamente diverso e che ha vissuto una storia diversa si è ipotizzato che alcune caratteristiche dei segnali generati dal cervello differissero per ogni individuo e di conseguenza potessero costituire identificatori biometrici.”

Afferma Luca Talevi, CTO di Vibre.

La sfida più grande nella realizzazione del sistema è stata quella di confermare l’effettiva presenza di un identificatore mentale, che possa permettere il corretto riconoscimento della singola persona, ed inoltre di farlo con un dispositivo accessibile ed a basso costo. Dimenticate infatti delle costose ed ingombranti cuffie da EEG che necessitano di lunghe e laboriose procedure di setup. Il dispositivo bluetooth attualmente utilizzato è il Muse, prodotto dalla canadese Interaxon: un “cerchietto” facilmente indossabile dotato di 4 elettrodi, due posizionati sull’area frontale e due sulle aree temporali.

Esempio di utilizzo del sistema MindPrint

Gli algoritmi di intelligenza artificiali sviluppati ad hoc si occupano poi di estrarre una sorta di chiave nascosta presente all’interno dei segnali registrati.

“I nostri algoritmi sono capaci di estrarre dai segnali registrati da questi dispositivi particolari caratteristiche spazio-temporali che cambiano da persona a persona. MindPrint usa il cervello come fosse un token bancario, dotato di una chiave generatrice nascosta.”

Afferma Raffaele Salvemini, CEO di Vibre.

Come funziona MindPrint?

Al primo utilizzo del sistema, è necessario indossare il dispositivo per circa tre minuti, così da registrare la propria “impronta mentale” nel sistema. Successivamente bastano solo pochi secondi per l’autenticazione. Un altro grande vantaggio di questo tipo di riconoscimento è che l’accesso rimane autorizzato fino a che il dispositivo rimane nel raggio d’azione del bluetooth o non viene disconnesso, così da garantire un’autenticazione continua.

Autenticazione su smartphone

Il software alla base di tutto questo è interamente cloud-based e tramite API può essere abbinata a qualsiasi altra applicazione.

Su cloud vengono costruiti complessi modelli AI autenticativi sulla base delle registrazioni iniziali, che vengono poi usati per convalidare quelle acquisite durante ogni autenticazione.”

Continua Salvemini.

A chi è rivolto?

MindPrint si rivolge ad un mercato B2B: il sistema sarà utilizzato dai dipendenti di aziende di settori differenti e laboratori che richiedono alta sicurezza per accedere in particolari aree. Fra cinque anni, con la crescita del mercato delle interfacce neurali che si stima arrivare a 1800 miliardi di dollari, contiamo di raggiungere un livello di massa, consentendo agli utenti di effettuare pagamenti online o accedere ai propri servizi online in maniera semplice e sicura, senza dover passare su più dispositivi per ottenere token di sicurezza o inserire codici su codici.”

Conclude Salvemini.

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