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Morbo di K: l’epidemia che salvò gli ebrei dalla persecuzione

Il caso del morbo di K, la malattia che salvò decine di vite umane dalla persecuzione nazista.

Categorie Curiosità e consigli

E’ ormai passato un anno dallo scoppio della pandemia da coronavirus, ed è con l’avvicinarsi della Giornata della Memoria che abbiamo pensato di raccontare una storia spesso trascurata, simbolo di astuzia e coraggio. I protagonisti sono tre medici romani che con l’ingegno salvarono decine di ebrei rifugiati all’ospedale Fatebenefratelli di Roma, sfuggendo alla persecuzione nazista. I dottori, sopraffatti dai rastrellamenti della capitale del 1943, ebbero l’idea di far scoppiare un’epidemia nei reparti dell’ospedale: il morbo di K.

Credits: Il muro della memoria

La persecuzione sull’Isola Tiberina

Il 16 ottobre del 1943 le truppe tedesche della Gestapo rastrellarono il ghetto di Roma, durante quello che verrà ricordato dagli storici come il “sabato nero”. In quello stesso giorno,1024 uomini tra cui centinaia di bambini furono deportati ad Auschwitz dalle SS. Durante l’occupazione tedesca l’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina svolse un ruolo cruciale nel nascondere gli ebrei in fuga, offrendo riparo e protezione. In Italia per il personale di pubblica amministrazione vigeva l’obbligo d’iscrizione al partito nazionale fascista per poter esercitare. Anche in questo l’ospedale romano si dissociava, in quanto considerato una struttura privata poteva così aggirare gli obblighi statali. Grazie a questa disposizione, il dottor Giovanni Borromeo iniziò la sua carriera da medico primario al Fatebenefratelli nel 1934. Già prima del ’43 oltre agli ebrei, molti antifascisti, polacchi e russi trovarono rifugio nell’ospedale sull’Isola Tiberina.

La storia del morbo di K

La mattina del 16 ottobre 1943 ha inizio il rastrellamento di massa da parte delle SS. Tra i fuggitivi, decine di persone cercarono riparo al Fatebenefratelli. Arrivati sull’Isola, furono accolti dal medico Vittorio Sacerdoti per sfuggire alla deportazione. Viste le numerose fughe, il nosocomio stava destando sospetti tra le truppe tedesche, le quali optarono per un’irruzione con due camion. Fortunatamente i veicoli tardavano, dando tempo ai medici di organizzarsi. Proprio in quel momento, Giovanni Borromeo, decise di ricoverarli tutti. Dunque, i medici si ritrovarono a compilare le cartelle cliniche dei nuovi “pazienti”. Consapevoli del rischio a cui stavano andando incontro, e delle possibili ripercussioni che un inganno ai nazisti avrebbe potuto avere sulla loro vita, i medici agiscono seguendo la loro coscienza.

Il professor Borromeo assieme ad Adriano Ossicini e Vittorio Sacerdoti, ideò una malattia infettiva molto grave: il morbo di K. Tutti i finti ricoverati vennero sistemati in un reparto speciale, in isolamento. L’epidemia era descritta come una malattia degenerativa molto contagiosa. Iniziava con una fase caratterizzata da convulsioni, per poi degenerare nella paralisi degli arti fino alla morte per asfissia. Quando i nazisti vennero a conoscenza dell’epidemia che circolava nell’ospedale romano, intimoriti, decisero di andarsene. Non ci fu quindi alcun controllo all’interno dei reparti, risparmiando la vita delle decine di falsi malati nascosti all’interno.

Reparto K dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma. Credits: Shalom.it

L’interpretazione dei tedeschi

Il morbo di K suggerisce ironicamente il nome del generale nazista Kesselring e il tenente colonnello Kappler, capo della Gestapo a Roma. Fortunatamente i tedeschi interpretarono la malattia diversamente. Infatti, la sindrome di K ricorda il morbo di Koch, ossia la tubercolosi. I militari terrorizzati preferirono non accedere ai reparti in cui i presunti infetti erano ricoverati. Da quel momento non si fece altro che attendere la morte fittizia dei pazienti, in modo da fornirgli una nuova identità per continuare a vivere.

La somiglianza con il morbo di Koch

Fortunatamente il morbo di K non aveva niente a che vedere con ciò che i nazisti sospettavano. Infatti, il Bacillo di Koch è il nome comune del batterio che causa la tubercolosi (TBC), una grave malattia infettiva che colpisce principalmente i polmoni. Il bacillo prese il nome dallo scienziato tedesco che nel 1882 lo scoprì. La tubercolosi è una malattia contagiosa, si trasmette per via aerea attraverso le secrezioni respiratorie emesse da un individuo infetto. Il batterio, una volta entrato nel corpo dell’ospite, raggiunge i polmoni per moltiplicarsi. E’ talora possibile che i batteri raggiungano il circolo sanguigno per diffondersi in altre parti del corpo. L’incidenza della tubercolosi è inferiore ai 10 casi ogni 100.000 abitanti, classificata quindi una patologia “a bassa endemia” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I sintomi, che i pazienti fittizi del ’43 imitarono per non farsi scoprire, possono manifestarsi anche diversi anni dopo il contatto con i bacilli di Koch. A scatenare i sintomi è in questo caso il sistema immunitario, al primo indebolimento delle difese immunitarie.

Credits: Altervista

Le conseguenze del morbo di K

Tutti i presunti malati ricoverati nel reparto K del Fatebenefratelli si salvarono dagli orrori dell’Olocausto. Stando alle diverse testimonianze, ci sono almeno 45 persone sopravvissute al morbo di K, ma i numeri potrebbero essere molto più alti. Il ruolo dei medici e dell’ospedale romano si rivelò fondamentale nel mettere in salvo la vita di queste persone, ma soprattutto nel lanciare un segnale di fiducia e di impegno morale nei confronti della vita. L’ospedale non si fermò qui: nei suoi sotterranei venne installata una radio clandestina per rimanere in contatto con i partigiani.

Con l’arrivo degli Alleati l’ospedale riprende la sua normale attività, ricevendo il titolo di “Casa della Vita” dalla Fondazione internazionale Raoul Wallenberg, col patrocinio della Comunità ebraica di Roma e la Fondazione museo della Shoah. Nel 2004 Giovanni Borromeo viene riconosciuto come “Giusto tra le Nazioni” dall’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele. L’attivismo costò ad Adriano Ossicini violenza e prigionia da parte di nazisti e fascisti, che morì all’età di 98 anni ricordando la sua esperienza con questa frase: “Bisogna cercare di essere dalla parte giusta, sempre”.