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È italiano lo studio che spiega l’elevata mortalità nei pazienti ricoverati con COVID19

Esiste una combinazione di parametri che risulta spesso fatale nei pazienti ricoverati in terapia intensiva

Passa il tempo e la ricerca porta i suoi frutti. La collaborazione tra 7 ospedali italiani (Policlinico di Sant’Orsola, Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena, Ospedale Policlinico di Milano, ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, HUMANITAS Research Hospital, ASST Monza – Azienda Socio Sanitaria Territoriale Monza e Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS) ha portato alla luce il meccanismo a causa del quale si è registrata una così alta mortalità nelle terapie intensive COVID19, all’inizio dell’epidemia. Lo studio ha coinvolto 301 pazienti nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 22 marzo 2020.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capirne di più

Iniziamo introducendo la possibilità che un paziente affetto da COVID19 possa sviluppare, in concomitanza con questa patologia, la sindrome da distress respiratorio acuto, meglio nota come ARDS, che comporta insufficienza respiratoria a causa dell’accumulo di liquido nei polmoni e della drastica riduzione dei livelli di ossigeno nel sangue.

Dunque, l’obiettivo di questo studio è stato cercare di confrontare le caratteristiche morfologiche e funzionali dell’ARDS classica con quelle dell’ARDS associata a COVID19, in maniera da poter migliorare e personalizzare la procedura per il trattamento dei pazienti, dei quali sono stati monitorati i valori di frequenza respiratoria, volume tidalico e le pressioni delle vie aeree grazie alle funzionalità del ventilatore (con le quali sono state inoltre controllate eventuali occlusioni di fine inspirazione e fine espirazione).

Sono state ottenute scansioni TC del torace e angiogrammi TC polmonari mediante il software IntelliSpace per valutare la presenza di coaguli intravascolari polmonari. L’ossigenazione è stata assunta come rapporto della pressione parziale di ossigeno arterioso e della concentrazione frazionaria di ossigeno nell’aria inspirata e il rapporto di ventilazione è stato considerato per stimare lo spazio morto.

Una volta raccolte tutte le informazioni cliniche e fisiologiche dei pazienti, si è costruito un modello lineare multivariabile nel quale sesso, età, indice di massa corporea e ossigenazione fossero variabili indipendenti, mentre compliance statica o peso polmonare le variabili dipendenti.

Ciò che è risultato interessante è stato osservare come cambiassero le condizioni dei pazienti sulla base dei valori di concentrazione di D-dimero (parametro ematochimico) e di compliance statica polmonare (parametro di distensibilità del polmone), per questa ragione si sono definiti 4 sottogruppi di pazienti con:

  • alti D-dimeri e bassa compliance (HDLC)
  • alti D-dimeri ed alta compliance (HDHC)
  • bassi D-dimeri e bassa compliance (LDLC)
  • bassi D-dimeri ed alta compliance (LDHC)

Di questi, quello che riportava un tasso di mortalità significativamente più alto rispetto agli altri era il gruppo HDLC, con 40 decessi su 71 pazienti (56%), dimostrando che, attraverso l’analisi di questi due parametri, si può definire un fenotipo dei pazienti “con doppio danno” in cui il virus riesce a danneggiare sia i polmoni (a livello alveolare), sia i capillari. Invece, quando il virus danneggia singolarmente gli alveoli o i capillari, il tasso di mortalità si riduce a poco più del 20%.

Individuare il fenotipo per ridurre la mortalità per Covid19

Quanto detto, quindi, ci porta a due conclusioni: la prima, secondo cui i pazienti con ARDS associata a COVID19 hanno una meccanica respiratoria molto simile a quella dell’ARDS classica; la seconda, per la quale si stabilisce una combinazione di parametri, ovvero un aumento della concentrazione di D-dimero e una bassa compliance polmonare, con un maggiore rischio di mortalità nei pazienti che necessitano di ventilazione meccanica. Ciò suggerisce che i pazienti con COVID19, nei quali viene attaccato sia il sistema respiratorio sia quello vascolare, siano notevolmente più esposti a una prognosi rischiosa.

Quello che ci consente di fare questo studio è di fondamentale importanza. Riuscire a individuare il fenotipo a maggior rischio di mortalità permette di essere più preparati e di agire con maggior tempestività, riuscendo a collocare il paziente nel reparto più adeguato alle sue condizioni e ad avere una terapia più efficace, attraverso due semplici esami si può individuare il fenotipo più a rischio e, se fatto abbastanza in tempo, insieme al supporto delle cure in terapia intensiva, si può arrivare ad avere una riduzione del tasso di mortalità per Covid19 fino al 50%.

Articolo a cura di Nicole Rinaldi.

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