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Il paradosso dei contagi tra i vaccinati: aumentano i casi ma non l’incidenza

Perché aumentano i casi di coronavirus tra le persone vaccinate: uno sguardo alle percentuali.

Categorie Covid-19 · Curiosità e consigli

Il numero delle persone vaccinate in Italia ha recentemente superato quello dei non vaccinati, portando con sé un fenomeno ben noto tra virologi ed epidemiologi: il paradosso dei contagi. Con l’avanzamento della campagna vaccinale sembra che ci si ammali di più tra i vaccinati rispetto a chi non si è ancora sottoposto alla vaccinazione. Com’è possibile?

Il paradosso dei contagi spiegato

Il paradosso dei contagi si verifica quando il numero dei casi, ricoveri e decessi nella popolazione vaccinata è molto simile a quello tra i non vaccinati. Come tutti i vaccini, anche quello anti Covid-19 non proteggerà mai al 100% dall’infezione. Da quanto emerge nell’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità, le persone vaccinate con due dosi sono protetti all’88% dall’infezione, al 94% dal ricovero in ospedale, al 97% dal ricovero in terapia intensiva e al 96% dal decesso. Ci si può quindi aspettare che il coronavirus continui a circolare anche tra i vaccinati ma in quantità percentuale nettamente inferiore.


Più del 52% della popolazione italiana sopra i 12 anni ha completato il ciclo vaccinale. Con l’avanzamento della campagna aumenteranno di conseguenza anche i contagi tra le persone vaccinate, fino a superare in termini assoluti chi non è vaccinato. Il paradosso dei contagi è proprio il frutto di questi dati, ma è evidente che se fossimo tutti vaccinati i nuovi casi di coronavirus si verificherebbero solo nella popolazione vaccinata.

Credits: ISS

Paradosso dei contagi: l’incidenza dei contagi

Per questo motivo è importante parlare di incidenza, intesa come il rapporto tra il numero dei contagi e la popolazione, stimata dall’ISS di dieci volte inferiore nella popolazione vaccinata. La percentuale di casi tra i vaccinati è molto più bassa rispetto ai non vaccinati e con effetti collaterali di gran lunga più limitati. In un’intervista a Il Corriere della Sera Sergio Abrignani, professore ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare «Romeo ed Enrica Invernizzi», oltre che membro del Comitato tecnico-scientifico per l’emergenza, parla della possibilità di infezione e trasmissione tra i vaccinati: «Premesso che il rischio zero in medicina non esiste e che sta circolando una variante estremamente contagiosa, la Delta, la vaccinazione riduce in modo impressionante sia il rischio di ospedalizzazione e morte, che il numero di contagi. Dunque anche le possibilità di trasmettere il virus: se non sono positivo, non posso infettare altre persone».

Credits: Pixabay

Contrastare le varianti del virus

La formazione di nuove varianti del coronavirus è una delle minacce più pericolose in questo periodo di pandemia. Più circola il virus, più diventa probabile la formazione di nuove forme mutate più aggressive. Per questo motivo è fondamentale proteggere quante più persone possibile dal coronavirus, e la vaccinazione è uno degli strumenti migliori da mettere in gioco.

Come si formano le varianti

Il virus per replicarsi entra nella cellula ospite grazie alle proteine presenti nel suo involucro esterno (la proteina Spike nel caso del coronavirus). Un volta all’interno, rilascia quantità del proprio materiale genetico. La cellula infetta leggerà le informazioni contenute nel DNA e RNA virale per iniziare il ciclo di replicazione. Durante la formazione di nuove particelle virali è possibile che si verifichino degli errori casuali nelle triplette di nucleotidi, generando così proteine diverse: avviene una mutazione. In questo modo viene prodotta una nuova versione del virus che nella maggior parte dei casi scompare, non portando vantaggi significativi. Molto raramente il virus mutato è più efficace. Questo accade nel caso in cui più mutazioni si accumulano generando un virus più efficiente in grado di riprodursi, si parla quindi di una variante.

Credits: Pixabay

Un virus con caratteristiche diverse da quelle originarie potrebbe sviluppare una maggiore aggressività o essere meno riconoscibile dal sistema immunitario. Se la variante riesce ad adattarsi meglio all’ambiente, sopravvive. Sono state avanzate diverse ipotesi riguardo la formazione delle varianti di un virus:

  • Infezione prolungata. Se una persone infetta non riesce a guarire dall’infezione in tempi considerati normali, è possibile che il virus muti all’interno del corpo.
  • Elevato tasso di replicazione e diffusione del virus. Più circola il virus all’interno della popolazione, più è probabile la comparsa di varianti.
  • Pressione selettiva esercitata dal sistema immunitario, farmaci o vaccini. I virus sono sottoposti ad una forte pressione selettiva da parte del sistema immunitario, soprattutto sotto l’azione di farmaci e vaccini che tendono a ridurne la replicazione all’interno dell’organismo. In questo caso è probabile che le mutazioni conferiscano al virus maggiore resistenza agli anticorpi o all’azione di farmaci.