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Rotigotina: farmaco usato per il Parkinson potrebbe funzionare anche contro l’Alzheimer

Un nuovo studio condotto a Roma su 94 pazienti, rivela che la rotigotina, farmaco usato contro il Parkinson, potrebbe funzionare anche con l'Alzheimer.

Il morbo di Parkinson e di Alzheimer sono due malattie molto diffuse nel mondo, purtroppo. In Italia si registrano un milione di persone affette da Alzheimer e 230000 affette da Parkinson. Entrambi i morbi interessano maggiormente i soggetti durante la fase pre-senile, dunque, una volta superati i 65 anni. Tuttavia i due morbi possono manifestarsi anche prima, persino in età giovanile. Ad oggi, non esiste un farmaco capace di debellare l’Alzheimer, né il Parkinson, ma esistono delle cure in grado di attenuarne i sintomi e rendere la vita del paziente quanto più normale possibile. Arriva, però, una bella notizia dall’ospedale di neuroriabilitazione della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma. E’ stato infatti condotto uno studio che vede il farmaco rotigotina come possibile nuova strada per la cura dell’Alzheimer. La ricerca era stata precedentemente pubblicata sulla rivista JAMA Network e poi realizzata all’ospedale Santa Lucia di Roma col supporto dell’Alzheimer’s Drug Discovery Foundation.

Alzheimer e Parkinson: cure a confronto

La rotigotina è un farmaco normalmente utilizzato con i pazienti affetti da Parkinson ed è somministrata tramite un cerotto transdermico, cioè è una preparazione farmaceutica flessibile di varie dimensioni, contenente uno o più principi attivi, da applicare sulla pelle integra per rilasciare il medicinale alla circolazione sistemica, dopo aver attraversato la barriera cutanea. Tale farmaco agisce sul neurotrasmettitore dopamina, che, come sappiamo, non viene prodotto a sufficienza quando il paziente è affetto da Parkinson. Per quanto riguarda, però, i farmaci utilizzati per contrastare l’Alzheimer, fino ad oggi essi erano basati sull’inibizione della acetelcolinesterasi, poiché è un enzima che distrugge l’acetilcolina, neurotrasmettitore fondamentale nel processo di formazione e mantenimento della memoria e dell’apprendimento. La scelta di inibire l’acetelcolinesterasi è dovuta al fatto che il morbo di Alzheimer è riconosciuto come un disturbo neurocognitivo, che causa, appunto, la perdita di memoria e discapacità di apprendimento in primis, afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento, poi. Al Santa Lucia di Roma, l’équipe guidata dal Direttore del laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale del Santa Lucia, Giacomo Koch, in collaborazione con Alessandro Martorana dell’Università di Roma Tor Vergata, ha sottoposto 94 pazienti, di età compresa tra i 55 e gli 83 anni, allo studio. Ai 94 pazienti quindi è stata fornita rotigotina e gli studiosi hanno notato in essi notevoli miglioramenti!

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A sinistra paziente affetto da Alzheimer, a destra soggetto sano. Credits: medicomunicare.it

Come agisce il farmaco rotigotina contro l’Alzheimer?

I pazienti ai quali è stato somministrato il farmaco rotigotina hanno visto migliorate le loro funzioni esecutive, fondamentali per il ragionamento, il giudizio, la memoria di lavoro e l’orientamento. Inoltre sono progredite le loro capacità di svolgere attività quotidiane di routine, quali lo shopping, la pianificazione, l’igiene personale e l’alimentazione. La rotigotina funge da agonista della dopamina, ovvero imita l’azione della dopamina e, infatti, i miglioramenti ottenuti nei pazienti sono davvero notevoli, in quanto col procedere della malattia, i sogetti affetti da Alzheimer perdono totalmente la loro indipendenza. Studi precedenti asserivano che la dopamina potesse aiutare le abilità di ragionamento dei pazienti affetti da Alzheimer, ma questa nuova ricerca sembra confermarlo. Il direttore Koch dichiara all’Ansa: “Questo studio mostra che i pazienti con Alzheimer possono trarre beneficio dalle combinazioni di farmaci che migliorano le funzioni cerebrali, interagendo con diversi sistemi di neurotrasmettitori e potrebbe aprire a nuove opzioni terapeutiche per ritardare l’insorgenza della demenza di Alzheimer in fase precoce, quando le funzioni cognitive e le capacità di vita quotidiana dei pazienti sono solo lievemente compromesse”.

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Antonella Baronehttps://biomedicalcue.it
Studentessa di ingegneria industriale presso l'Università degli studi dell'Aquila e appassionata, da sempre, dell'ambito biomedico.