Ci sono eventi che hanno segnato la nostra vita e che spesso riviviamo sotto forma di intensi ricordi. Ricordi che, per quanto possano essere lontani nel tempo, siamo in grado di rievocare fin nei minimi particolari, ivi comprese le emozioni ad esso associate, siano esse positive o negative. Ed è proprio su questo binomio tra ricordo ed emozione che Alain Brunet, docente di psichiatria e ricercatore al McGill’s Douglas Research Center di Montreal, ha deciso di incentrare i suoi studi, sviluppando un trattamento per lenire la sofferenza associata al disturbo da stress post-traumatico.

Si stima che il 15% delle persone che sperimentano un evento traumatico, come un’aggressione, un attacco terroristico, un incidente o una catastrofe naturale, sviluppi una patologia chiamata Post-traumatic Stress Disorder (PTSD). Il PTSD comporta una prolungata sofferenza che si ripercuote significativamente sulla vita lavorativa e sociale del soggetto colpito e che può sfociare in altri disturbi mentali.

La fisiologia dei ricordi traumatici

Per poter comprendere quali siano gli effetti fisiologici del PTSD è necessario conoscere come ricordi ed emozioni siano gestiti ed immagazzinati nel cervello. I processi di memorizzazione hanno luogo in alcune strutture cerebrali facenti parte del sistema limbico.

Image credits: wpclipart

Quando un evento rimane inciso nella memoria, due sottostrutture del sistema limbico sono simultaneamente attivate: l’amigdala e l’ippocampo. L’ippocampo è il centro della memoria episodica, ovvero assimila i fatti che sono alla base del ricordo; l’amigdala processa ed immagazzina le emozioni legate all’evento. Quando si fa esperienza di un evento emotivamente intenso, l’amigdala e l’ippocampo salvano rispettivamente la parte emotiva e fattuale di tale evento nella memoria a lungo termine e l’intensità del ricordo è direttamente proporzionale all’intensità delle emozioni associate all’evento.

Le emozioni provate durante la rievocazione di un evento passato sono di solito meno intense rispetto a quelle originariamente provate; si rivive un ricordo da narratori esterni, un po’ come quando si legge un libro o si guarda un film. Questo non è purtroppo il caso delle vittime affette da PTSD, le quali rivivono ossessivamente il proprio trauma sempre con la stessa intensità emotiva, la quale non accenna a scemare nel tempo. Secondo alcuni modelli neurobiologici, questa esagerata risposta emotiva sarebbe imputabile ad un’iperattività dell’amigdala e ad un’ipoattività della corteccia prefrontale e della corteccia cingolare anteriore, due sottostrutture cerebrali del sistema limbico che giocano un ruolo importante nel feedback inibitorio dell’amigdala.

Reconsolidation Therapy

Alain Brunet era ancora un giovane studente di psicologia al Polytechnique de Montréal quando, nel 1989, uno studente aprì il fuoco su 14 persone all’interno del campus. Alain si offrì volontario per fornire assistenza psicologica ai sopravvissuti; questa esperienza lo spinse a dedicare la sua intera vita alla ricerca di un trattamento efficace per i pazienti affetti da PTSD.

Durante la fase di recupero da un trauma, la memoria va incontro ad un processo detto di “riconsolidamento”: un processo dipendente da una sintesi proteica durante il quale la memoria si stabilizza (passando da memoria a breve termine a memoria a lungo termine). Grazie alle sue ricerche, Alain scoprì che il processo di riconsolidamento può essere riattivato nel paziente durante una sessione di psicoterapia, se viene chiesto lui di ripercorrere la sua esperienza traumatica. Il metodo Brunet per la cura del PTSD si fonda su questa scoperta e prende il nome di “Reconsolidation Therapy”: un metodo che si basa sulla ri-attivazione del riconsolidamento delle memorie traumatiche del paziente, attraverso un approccio combinato di psicoterapia e farmacoterapia.

Un’ora prima delle sedute (una a settimana per sei settimane, per una durata che va dai 30 ai 60 minuti) il paziente deve assumere una certa dose di propranololo, un farmaco betabloccante, usato di solito per patologie come le emicranie o l’ipertensione, conosciuto anche per bloccare alcuni recettori dell’amigdala. Durante la seduta il paziente sotto propranololo scrive il racconto del suo ricordo e lo legge poi ad alta voce. Lo scopo della terapia non è quella di rimuovere o modificare il ricordo dell’evento traumatico (che resta impresso nell’ippocampo), bensì di ricondizionare il ricordo sotto l’influenza del propranololo che interferisce con la parte emozionale associata a quella memoria (inibendo l’attività dell’amigdala).

Finora Brunet ha trattato così centinaia di pazienti, lavorando anche con il network ospedaliero di Parigi (AP-HP), tenendo dei training per quasi 200 professionisti clinici e trattando più di 400 pazienti affetti da PTSD, a seguito delle stragi terroristiche di Parigi e Nizza del 2015 e del 2016.

I risultati

I risultati delle sue ricerche pubblicati sull’American Journal of Psychiatry parlano di una percentuale di successo del 70% e gli effetti del trattamento sono stati osservati in un ulteriore studio [4], utilizzando la tecnica di Risonanza Magnetica Funzionale (fRMI). Durante tale studio, delle immagini raffiguranti diverse espressioni facciali sono state mostrate in sequenza a 7 pazienti affetti da PTSD prima e dopo la Reconsolidation Therapy, registrando la risposta del loro cervello attraverso la fRMI.

Risposta dell’amigdala (A) e della corteccia cingolare anteriore (B) prima e dopo il trattamento (Tratto dall’American Journal of Psychiatry)

I risultati dello studio sembrano essere in accordo con i modelli neurobiologici che descrivono il funzionamento del sistema limbico e con l’efficacia della terapia, in quanto si è riscontrata:

  1. Una minore attivazione dell’amigdala dopo la Reconsolidation Therapy, durante la visione di un’immagine raffigurante un viso pauroso rispetto ad una raffigurante un viso neutro.
  2. Una maggiore attivazione della corteccia cingolare anteriore dopo la Reconsolidation Therapy, durante la visione di un’immagine raffigurante un viso pauroso rispetto ad una raffigurante un viso felice.

Nonostante il discreto successo ottenuto nel trattamento del PTSD, Alain Brunet non intende certo fermarsi qui. Il professore canadese si è messo in testa di “curare” anche le ferite sentimentali, i traumi di quelli che definisce “romantic betrayals”, i tradimenti amorosi. Se questa storia vi sa di déjà-vu, ci avete visto bene: The Eternal Sunshine of the spotless mind (in italiano: Se mi lasci ti cancello), film (premio Oscar nel 2005 come miglior sceneggiatura originale) con protagonisti Jim Carrey e Kate Winslet, sembra stia per diventare realtà.

Questa pellicola racconta la storia d’amore, ormai agli sgoccioli, tra Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet), la quale si rivolge ad una clinica (la Lacuna Inc.) per farsi cancellare dalla mente il ricordo di lui.

Puoi cancellare qualcuno dalla tua mente, ma farlo uscire dal cuore è tutta un’altra faccenda.

~Eternal Sunshine of the Spotless Mind


Aldilà degli effetti collaterali del propanololo, che va comunque assunto sotto prescrizione medica, una serie di interrogativi sorgono spontanei: E se ci fosse un rischio di abuso di questa terapia, non rischieremmo anche di perdere i nostri “anticorpi” naturali alle delusioni? È giusto privarci del dolore il quale, se non patologico, può insegnarci qualcosa ed avere un ruolo attivo nell’evoluzione del nostro comportamento? Siamo davvero sicuri di voler cancellare emotivamente ciò che ci delude?

Lo abbiamo chiesto alla Dott.ssa Alessandra Prudentini, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta in formazione:

«Certamente la sofferenza dei pazienti affetti da PTSD spesso va a sconvolgere tutte le aree di vita del soggetto ed un ausilio in questo senso potrebbe essere utile. Non sarebbe lo stesso per soggetti che soffrono per un lutto, una relazione finita o qualsiasi altro “trauma” che, seppur sconvolgente, necessita di esser vissuto come qualsiasi altro momento della propria vita. Il trauma deve essere un punto di partenza per ricostruire sé stessi, in modo più autentico. Le emozioni sono quell’energia pura che ci motiva; una pressione psicologica che ci spinge ad agire, dandoci informazioni sui nostri reali bisogni. Sono dei segnali dei quali possiamo servirci per continuare a crescere, evolvere ed indurre cambiamenti nel nostro mondo, in qualsiasi momento della nostra vita».

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