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Tumore al seno: un test permette di evitare la chemioterapia post-chirurgica quando non necessaria

Grazie a un test genomico è possibile prevedere se la terapia chemioterapica sarà realmente efficace per ridurre il rischio di recidive di tumore al seno

Il carcinoma al seno rappresenta la forma tumorale più diffusa tra le donne: secondo l’ultima edizione de “I numeri del cancro” nato dalla collaborazione di diverse associazioni di oncologia, in proporzione sul totale dei tumori manifestati il 40% delle donne di età inferiore ai 49 anni sviluppa il cancro al seno. La percentuale diminuisce di poco considerando donne più anziane: 33% per le donne di età compresa fra i 50 e i 69 anni e il 22% per le over 70. Il tumore al seno rimane comunque la prima causa di morte oncologica tra le donne e la terza tra tutta la popolazione.
Con numeri di tale portata è importante che vengano studiati metodi avanzati che permettano di prevenire la formazione delle neoplasie, di diagnosticare più facilmente il carcinoma e di migliorare le condizioni di vita delle pazienti che hanno subito operazioni al seno. Tra queste ultime strategie rientra anche la somministrazione di un test che permette di evitare di sottoporre una donna che ha subito un intervento di asportazione del tumore al seno alla chemioterapia quando questa non sia strettamente necessaria. Ed è esattamente questo che permette di fare il test molecolare Oncotype DX. In che modo? Per scoprirlo occorre prima capire da cosa sono caratterizzati i tumori alla mammella e quali sono le modalità di intervento tradizionali.

Le tipologie di tumori al seno e le tradizionali terapie post operatorie

I tumori al seno vengono classificati in diverse tipologie a seconda delle proteine, chiamate recettori, che si trovano sulla membrana delle cellule tumorali. Gli ormoni presenti nel corpo si legano ai recettori delle cellule tumorali: in questo modo le cellule vengono attivate e viene stimolata la loro moltiplicazione. Lo studio dei recettori permette di ottenere informazioni sul tasso di velocità di crescita del cancro e di stimare la risposta che manifesterà a determinate terapie. In particolare i tumori che presentano recettori estrogenici (ER+), ma che sono negativi alla proteina HER2 (Recettori di tipo 2 del fattore di crescita Epidermico Umano) dopo l’intervento di asportazione del tumore vengono trattati con delle terapie adiuvanti il cui scopo è di ridurre il più possibile il rischio di recidiva. La donna viene innanzitutto sottoposta a una terapia ormonale, che consiste in un trattamento farmacologico che blocca l’azione degli ormoni femminili e così facendo riduce la proliferazione delle cellule tumorali.

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Tumore al seno: confronto tra PET e Mammografia. Credits W. Luboldt

Il medico può poi decidere se sottoporre la paziente anche a un trattamento chemioterapico adiuvante. Come riportato dall’ANSA Giuseppe Tonini, Direttore dell’Oncologia Medica Università Campus Bio-Medico, sottolinea però che “le stime indicano che oltre il 50% delle donne operate per carcinoma mammario in fase iniziale riceve un trattamento chemioterapico dopo l’intervento, anche se solo una percentuale inferiore beneficia realmente di questa strategia terapeutica“. La scelta di utilizzo o meno della chemioterapia si basa tradizionalmente sulle caratteristiche istologiche e biologiche del tumore e sulla valutazione dei rischi-benefici che potrebbe trarne la paziente. “La scelta della corretta terapia post intervento chirurgico è particolarmente impegnativa, anche perché i parametri clinico-patologici tradizionali si sono dimostrati poco selettivi nell’identificare le pazienti a cui la chemioterapia potrebbe essere risparmiata” Il test Oncotype DX dell’azienda produttrice Exact Sciences, reso disponibile dal 2004, vuole proprio aiutare i medici a evitare di sottoporre a chemioterapia le pazienti operate per tumore al seno per cui gli effetti collaterali supererebbero i reali benefici ottenuti.

Il test che permette di evitare la chemioterapia per le donne operate al seno quando non necessaria

Oncotype DX è un test genomico che attraverso l’analisi di un campione di cellule tumorali prelevate durante l’intervento chirugico rileva il livello di attività di 21 geni che influenzano il tasso di crescita del carcinoma e la sua modalità di risposta ai diversi possibili trattamenti. Il test viene utilizzato solo nel caso concorrano queste tre diverse condizioni:

  • il tumore deve essere di tipo non invasivo di stadio 1 (tumori in fase iniziale che misurano meno di 2 centimetri) o di stadio 2 (tumori in fase più avanzata di dimensione inferiore ai 5 centimetri);
  • il tumore deve essere linfonodo negativo (non devono cioè essere presenti cellule tumorali nei linfonodi);
  • il tumore deve esprimere i recettori estrogenici.
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Tumore allo stadio 1 e 2. Credits: Cancer Research UK

Il test prevede di assegnare un punteggio, il Recurrence Score (Punteggio di Ricomparsa), compreso tra 0 e 100. Oncotype DX è sia un test prognostico, poiché è in grado di prevedere in quale modo e se il tumore tornerà a manifestarsi, indipendentemente dalla terapia utilizzata, sia predittivo, in quanto predice se un trattamento sarà efficace o meno.

Il test permette di evitare la chemioterapia nell’80% dei casi, rappresentando, come afferma sempre Tonini, notevoli “vantaggi in termini di minori tossicità per le pazienti e di risparmi per il sistema sanitario, grazie all’uso appropriato delle terapie oncologiche”.

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