Buone notizie dal mondo della medicina rigenerativa. In quello che rappresenta uno dei più lunghi studi di follow-up nel settore, i ricercatori di Humacyte, compagnia privata con sede nella Carolina del Nord, hanno dimostrato che i loro vasi sanguigni ingegnerizzati si sono convertiti in tessuto vivente un volta impiantati nel paziente. I risultati di questo studio, pubblicati sulla rivista Science Translational Medicine, hanno preso in esame campioni di impianti realizzati fino a ben 4 anni fa.

Per questo trial clinico, i vasi sanguigni ottenuti sono stati utilizzati come accesso vascolare per l’emodialisi in pazienti con insufficienza renale allo stadio terminale. Solitamente, nel caso in cui la fistola artero-venosa (che si ottiene unendo chirurgicamente un’arteria ed una vena) non si riveli efficace, è necessario ricorrere ad un innesto in teflon. Ciò comporta un maggiore rischio di infezione e coagulazione.

Tessuto ingegnerizzato

La realizzazione di questi speciali vasi sanguigni nasce dall’esapianto da cadavere di tessuto muscolare liscio e di cellule endoteliali. Il tessuto viene successivamente integrato in uno scaffold biodegradabile di forma tubulare e tenuto in incubazione in un bioreattore per 8 settimane, durante le quali lo scaffold si dissolve. A questo punto le cellule vengono rimosse, così da evitare reazioni immunitarie nel soggetto ricevente, e quello che rimane è una struttura robusta e flessibile costituita principalmente da collagene e da altre proteine.

Lo studio ha dimostrato come, una volta impiantate, queste strutture siano state ripopolate dalle cellule del paziente stesso fino a convertirle in vero e proprio tessuto vascolare. Oltre ad non aver riscontrati nessun tipo di infiammazione e reazione immunitaria, un altro sorprendete risultato osservato riguarda la possibilità di autoguarigione di questi impianti.

Come prodotto della medicina rigenerativa, siamo entusiasti di vedere prove di ricellularizzazione funzionale dei tessuti in pazienti reali, che potrebbero avere il potenziale per migliorare l’efficacia e la sicurezza a lungo termine,” afferma il Dr. Prichard, direttore operativo di Humacyte.

I ricercatori non si sono però limitati a questo studio. In parallelo hanno avviato altri due trials clinici che stanno investigando sulla possibilità di utilizzare impianti di questo tipo anche per bypass arteriosi nei pazienti affetti da arteriopatia periferica e per la riparazione di vasi sanguigni danneggiati da un trauma.

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